
Vi racconto la mia esperienza ad Auschwitz!
da Sofia Schena

L'inizio del viaggio
Grazie alla mia scuola Collodi-Bianco ho potuto fare questo immemorabile viaggio, che adesso racconterò.
Il nostro viaggio nella memoria è iniziato il secondo giorno, dopo esserci sistemati in hotel. La prima visita è stata ad Auschwitz I.
Appena arrivati, siamo stati accolti da una guida che ci ha fornito delle cuffie per poter seguire meglio la spiegazione. Poco dopo, ci siamo addentrati in un corridoio molto inquietante. Non tanto per il suo aspetto, quanto per ciò che si sentiva: le voci che pronunciavano, una dopo l'altra, i nomi di tutte le persone deportate. Un elenco apparentemente infinito, che faceva percepire la vastità e la gravità della tragedia. In quel momento, il silenzio tra di noi parlava più di mille parole.
Usciti da lì, abbiamo seguito la guida fino al celebre ingresso che spesso si vede nei libri di storia, quello con la scritta "Arbeit macht frei", che in italiano significa: "Il lavoro rende liberi".
Ma la realtà era ben diversa: quella frase era solo un inganno. Una volta entrati, ci si rende conto immediatamente che l'idea di "libertà" evocata all'ingresso era solo una tragica illusione.

Una volta entrati c’erano delle baracche di legno in cui al loro interno si trovavano molti oggetti.
In una delle prime baracche che abbiamo visitato, all'entrata c'era un corridoio sulle cui pareti c'erano da una parte le foto dei maschi e dall'altra le foto delle femmine. Sotto la loro foto era riportata la data di deportazione e quella di morte e ho notato che la durata era veramente molto breve. Ciò mi ha colpito molto.
Esempio di una deportata che è morta subito:



Le camere a gas
Infine abbiamo visto le camere a gas, luogo che come il muro di prima, ha visto molte persone morire innocentemente appena arrivate nei campi. Se si guarda i muri si notano i graffi che le persone facevano nel disperato tentativo di sopravvivere.

I forni crematori
Abbiamo anche visto i forni crematori dove i corpi venivano bruciati.

C'erano anche i vestiti con cui i bambini arrivavano e di conseguenza questi vestiti sono stati rubati. Inoltre sopra i vestiti ci sono le foto dei bambini che se vengono osservati anche con il minimo di attenzione si può vedere il loro terrore stampato sul volto.

Dopodiché siamo andati in un'altra baracca di legno, dove c'erano tutti gli oggetti che i nazisti avevano rubato ai prigionieri.
Andando avanti abbiamo visto questa torre da dove i nazisti controllavano i prigionieri e in questa immagine si vede bene che dietro c'è una rete elettrificata.

Abbiamo visto anche questo muro che non è un muro qualsiasi ma un muro che per molte persone ha segnato la vita. In questo muro i prigionieri venivano sbattuti e maltrattati

C'era una stanza con un quadro che indica i diversi simboli che venivano assegnati ai prigionieri.
⭐ Stella gialla: obbligatoria per identificare gli ebrei.
- 🔺 Triangoli colorati sui vestiti, che identificavano il "motivo" dell'arresto:
◦ Rosso → oppositori politici
◦ Rosa → omosessuali
◦ Nero → "asociali"
◦ Marrone → rom
◦ Viola → testimoni di Geova
◦ Blu → emigranti

Qui ci sono le foto di alcune persone che hanno fatto vedere dove veniva tatuato il numero che praticamente cancellava loro la dignità.
Infine in un’ altra baracca c'era un libro dove stavano scritti tutti i nomi dei morti e forse dalla foto non rende l'idea ma dal vivo è veramente un libro gigantesco tanto da far impressione.

Il continuo del viaggio…
Dopo aver visitato Auschwitz ci siamo diretti verso Birkenau. Questo in confronto all'altro non aveva molti oggetti ed è stato lasciato così com'era.
Ma comunque c'è stata una cosa che mi ha colpito. Dopo aver camminato a lungo siamo entrati dentro una baracca di legno e dentro era tutto buio e spoglio c'erano solo tanto delle assi di legno e da quello che ci ha detto la guida lí in passato dormivano i bambini. Non si possono definire letti perché pur di far entrare più bambini possibili alcuni dormivano anche per terra. É stato brutto e disumano anche da immaginarlo.

Andando avanti nel percorso, siamo arrivati in un luogo pieno di targhe e monumenti dedicati a quello che è successo durante la Shoah. Tra tutte, ho scelto di fotografare questa lastra che ha dedicato l’Italia.
Mi ha colpito molto perché è un messaggio forte rivolto all'umanità. È importante ricordare che anche paesi come l’Italia, che allora era alleata dell'Asse, hanno voluto lasciare un segno qui, per non dimenticare l'orrore che è stato vissuto.

La fine del viaggio
Il terzo giorno siamo andati alla fabbrica di Schindler, un uomo d'affari tedesco che, durante la Seconda guerra mondiale, acquistò una fabbrica a Cracovia.
All'interno della fabbrica di Oskar Schindler, chiamata Deutsche Emailwarenfabrik, si producevano inizialmente oggetti smaltati, come pentole, piatti e stoviglie da cucina.
Con il passare del tempo, per dimostrare che la fabbrica era utile allo sforzo bellico tedesco, Schindler iniziò a produrre anche componenti militari, come bossoli e munizioni. Questo gli permise di proteggere i suoi operai ebrei, dichiarandoli "essenziali" per la produzione e salvandoli dalla deportazione nei campi di concentramento.

Questa è la lista di Schindler ed è l'elenco reale degli ebrei che Oskar Schindler riuscì a salvare durante l'Olocausto, portandoli nella sua fabbrica e impedendo che venissero deportati ad Auschwitz.
I nomi erano di uomini, donne e bambini dichiarati "lavoratori essenziali" per la produzione.
Grazie a quella lista, furono salvati dalla morte certa nei campi di sterminio.
Questa mostra mi ha colpito molto perché non vuole solo farci vedere com'era la fabbrica di Schindler, ma anche farci immergere nel periodo storico dell'occupazione nazista, per farci capire come vivevano davvero le persone nei ghetti.
Infatti il museo ricostruisce gli ambienti in cui gli ebrei erano costretti a vivere: case sovraffollate, con più famiglie ammassate negli stessi spazi, spesso costrette a convivere con persone con cui non andavano d'accordo.
Questa convivenza forzata, unita alle terribili condizioni di vita, rendeva l'esistenza nei ghetti molto dura, difficile e disumana.

Anche questa scena mi ha colpito Si tratta di un piccolo teatrino in legno, ispirato ai tradizionali presepi cracoviani, ma con un significato molto più profondo e inquietante.
In basso si vedono tre figure scolpite: uno scheletro, simbolo della morte, al centro Adolf Hitler con l'uniforme e la fascia con la svastica, e accanto a lui un altro ufficiale nazista.
Le bambole sembrano un giocattolo per bambini, ma proprio per questo il messaggio è forte: il nazismo usava anche la propaganda per parlare ai bambini, cercando di influenzarli fin da piccoli.
Fine del viaggio!
Spero vi sia piaciuto!☺️
